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La Settimana Rossa a Ravenna

 a cura di Luciano Lucci                          lucci@racine.ra.it

 

Domenica 7 giugno 1914    

Quella mattina pioveva ad Ancona (clicca per maggiori dettagli) 
Un comizio fissato nella mattinata, che doveva svolgersi in Piazza del Papa, ma che era stato proibito, dato che pioveva, venne spostato dai dirigenti dei partiti, al pomeriggio alle 16, a Villa Rossa, sede dei repubblicani di Ancona.
Gli aderenti ai partiti di estrema sinistra, repubblicani, anarchici, socialisti, si trovarono alla Villa Rossa, in circa cinquecento, per ascoltare diversi oratori. 
Poco dopo le 18 il comizio ebbe termine ed i partecipanti uscirono da Villa Rossa. Sulla strada c'erano carabinieri ed agenti che dovevano impedire il formarsi di un corteo diretto al centro. Un gruppo di giovani tentò di passare.

Nell'inevitabile scontro le pallottole dei carabinieri colpirono a morte  tre giovani lavoratori:
due repubblicani Antonio Casaccia di 24 anni e Nello Budini di 17 anni,
che morirono all'ospedale, e l'anarchico Attilio Giambrignani, di 22 anni, morto sul colpo.  Episodi tragici di questo tipo erano accaduti sovente in quegli anni. Quello di Ancona fu la goccia che fece traboccare il vaso.  

Lunedì 8 giugno 1914    

Dopo l'eccidio di Ancona, la Confederazione del Lavoro finalmente proclamò lo sciopero generale ad oltranza, a partire dalla mattina, in tutta Italia. 

Ad Ancona 30.000 persone seguono i feretri dei tre uccisi. Si istituisce un Comitato Rivoluzionario cittadino formato dai rappresentanti di tutti e tre i partiti popolari, si bruciano i posti del dazio, si interrompono le comunicazioni ferroviarie, telefoniche  e telegrafiche, mentre si sparge la voce che è scoppiata l'insurrezione in tutta Italia.

Gli avvenimenti che seguirono furono di una gravità eccezionale e in particolare modo a Roma, (scontri e barricate), Firenze, Torino, Milano, Napoli, Parma, lo sciopero riuscì compatto e assunse aspetti di estrema violenza, con disordini, e scontri cruenti fra scioperanti e forza pubblica. 

A Milano e Bologna gli scontri violenti non furono solo tra i manifestanti e le forze dell'ordine, ma anche tra manifestanti e squadre nazionaliste

Solo nelle Marche e in Romagna nella Bassa Ravennate assunse l'aspetto dell'insurrezione

"Furono sette giorni di febbre" scriverà più tardi Pietro Nenni, "durante i quali la rivoluzione sembrò prendere consistenza di realtà, più per la vigliaccheria dei poteri centrali e dei conservatori che per l'urto che saliva dal basso... Per la prima volta forse in Italia colla adesione dei ferrovieri allo sciopero, tutta la vita della nazione era paralizzata ". 

I fatti di Ancona ebbero una eco agitata alla Camera ove i repubblicani Eugenio Chiesa e Giuseppe Gaudenzi e i socialisti Emanuele Modigliani ed Enrico Dugoni insorsero per difendere la causa delle vittime. 

A Cesenatico

Furono disarmati i carabinieri

A Cervia

Furono disarmate le guardie di Finanza.

 

A Forlì, intanto, il lunedì 8 giugno, verso sera, si affiggevano i manifesti del Partito Repubblicano e della Nuova Camera del Lavoro per protestare contro l'eccidio. Venivano esposte le bandiere abbrunate al balcone del Municipio e alle sedi della Nuova Camera del Lavoro e del circolo "G.Mazzini". 

Martedì 9 giugno 1914    

A Torino
Lo sciopero è unanime. Al mattino dopo un comizio, 50.000 operai sfilano in corteo per Corso Siccardi fino a Piazza del castello. La forza pubblica è consegnata.

Nel pomeriggio i carabinieri e l'esercito tentano una sortita e assaltano 500 popolani davanti alla Camera del Lavoro. In molti vengono feriti.

Si aprono scontri in tutta Torino tra operai e soldati. Due operai verranno uccisi e 10 feriti.

La sera Torino è presidiata dall'esercito.

A Parma
I lavoratori nel pomeriggio sfilano per la città, in sciopero generale. Presidiano la Stazione.
Alla sera l'esercito controlla la ferrovia.

A Reggio Emilia

Comizio di Zibordi

A Modena

Comizio di Agnini

A Bologna

Comizio di Argentina Altobelli

A Venezia
Lo sciopero è generale. Un comizio al pomeriggio vede varie decine di migliaia di lavoratori. Avvengono scaramucce e piccoli scontri. Alcuni feriti da entrambe le parti.

A Genova
Lo sciopero è totale

A Savona
Scontri di strada con vari feriti da entrambe le parti

A Reggio Emilia
Sciopero con blocco anche delle ferrovie

A Milano
Sciopero compatto. Scontri tra operai e forze dell'ordine nel mattino. Al pomeriggio un comizio all'Arena con 50.000 lavoratori, contro l'eccidio. Parlò Mussolini, ma non diede alcuna direttiva per la lotta, come pure De Ambris. 

Dopo il comizio continuarono gli scontri : un operaio fu ucciso e molti feriti. Cariche della cavalleria, uno venne disarcionato da un sasso. Anche in piazza del Duomo vi sono durissimi scontri.

Arrestati 200 operai. Tra l'esercito vi furono 4 soldati feriti. Venne arrestato Filippo Corridoni e il direttore dell' "Avanti!" Mussolini fu bastonato a sangue dalla polizia. 

A Napoli
Sciopero generale anche per i ferrovieri. Scontri per tutta la giornata. Alla stazione venne ucciso un facchino.
Scontri in tutti i rioni della città. Una caserma dell'esercito venne assalita.

A Firenze
Scontri barricate e un morto

A Bari
Scontri e un morto

A Roma
Scontri e barricate. Due morti e molti feriti. 700 arrestati

A Imola

Gli scioperanti in lotta impressero subito allo sciopero generale il carattere rivoluzionario. Venne distrutta la stazione ferroviaria, rovesciati ed incendiati due carri merci, interrompendo così le possibilità delle forze armate del Re di arrivare da Bologna ad Ancona.

Dopo l'assalto alla stazione, furono assaltati gli uffici postale e telegrafico, e della pretura.

Vi furono anche duri scontri con le forze di polizia, ma senza vittime.

A Castelbolognese

La notizia delle vicende che stavano avvenendo a Imola si propagò lungo la via Emilia. Ciò fece sì che il moto si propagasse a Castelbolognese , uno dei centri dell'anarchismo romagnolo, , poi a Faenza, a Forli, a Forlimpopoli, a Cesena e a Rimini. Da lì arrivarono al resto della Romagna.

La folla si riversò sulla stazione di Castelbolognese e la distrusse, come avevano fatto a Imola. I mobili e gli infissi vennero bruciati nella piazzetta antistante.

Togliere capacità di movimento alle truppe era il primo obiettivo, anche se la cavalleria rappresentava ancora un pericolo.

Ecco come  descrisse la situazione il sottoprefetto nel suo rendiconto: "Fortemente aiutati da una grossa colonna venuta da Imola [gli scioperanti] si riversarono alla stazione ferroviaria essendovi colà il solo capostazione con due carabinieri e in due riprese incendiarono prima due carri merci e assaltarono la stazione, devastando apparecchi e macchinari telegrafici, panche, sedie, mobilio, facendo una catasta alla quale appiccarono fuoco che si sviluppò in tutta la stazione con grande violenza; manomettendo pure la cassaforte; dopo la folla tornò in paese urlando "viva l'anarchia" e insultando i cittadini che non fossero muniti del nulla osta di passaggio"
(ACS, Dir. Gen. PS. Uff. Ris., 1915, cit., "Copia della relazione del sottoprefetto di faenza", cit., f. 162. Sulla medesima vicenda ha scitto anche Giampiero Landi "Aspetti di storia dell'anarchismo castellano. L'attacco alla stazione", in "Il Castello" (Castelbolognese), n° 10-11, 1984, p. 2.)

A Faenza

Bloccata la città dallo sciopero. la sera ci fu un affollato comizio in piazza Vittorio Emanuele (l'attuale Piazza del Popolo), a cui presero parte i maggiorenti dell'estrema sinistra locale (i socialisti Ugo Bubani, segretario della Camera del Lavoro - unitaria, a differenza di quella di Ravenna, e Silvio Mantellini; Achille Cenni, redattore  responsabile del foglio repubblicano "Il Lamone", e l'anarchico Luigi Montalbini. Furono bruciate alcune garitte ferroviarie, e andò distrutta l'abitazione di un casellante, contro il quale " si era rivolto l'odio popolare perché ritenuto crumiro" -così riferì il sottoprefetto. (ACS.,Dir. Gen. PS, Uff. Ris. 1915, cit, "Copia della relazione del sottoprefetto di Faenza Perini al prefetto di Ravenna Facaccetti, allegato a "Realazione del Prefetto di Ravenna Focaccetti al Ministero dell'Interno, Ravenna 20 giugno 1914, f. 159. Un tentativo di assalto alla stazione fu stroncato dalle forze dell'ordine che impedirono pure i tentativi di forzare le porte del duomo e di altre chiese.
(Vedasi il telegramma del sottoprefetto Perini di Faenza al Ministero dell'interno 12 giugno 1914)

A Forlì

  • Il martedì mattina (il 9) iniziava lo sciopero generale; si chiudevano tutte le botteghe, gli opifici, le osterie, gli uffici, gli spacci dei sali e tabacchi, mentre sulle porte serrate, i galoppini dei vari partiti anticostituzionali attaccavano cartelli con su scritto: "Protesta contro gli assassini del popolo". 
  • Nel pomeriggio, poi, ci dice il diarista forlivese Filippo Guarini, gli studenti (sempre loro!) fischiavano i professori e le "signorine che andavano alle scuole superiori e le facevano tornare a casa: minacciavano di bastonare il preside Menghini che a nessun patto voleva far chiudere il Ginnasio e il Liceo... 
  • Nel pomeriggio si affiggevano altri manifesti del tenore solito, repubblicano e socialista contro la borghesia e i suoi sgherri; in qualche luogo attaccavano anche un fogliettino gli studenti ove era scritto che era ora di farla finita, e di cacciar d' Italia come un tempo l'austriaco, il tiranno sabaudo"
  • Alle ore 17 in Piazza Vittorio Emanuele (attuale Aurelio Saffi) si teneva un comizio, "con pochissima gente", dirà il Guarini; con larga affluenza del proletariato cittadino e della campagna, sosterrà invece il locale settimanale socialista "La Lotta di Classe"; gli oratori erano: l'avvocato Giuseppe Bellini, sindaco di Forlì, il veterinario dottor Alberico Macrelli, il sindacalista Armando Casalini, repubblicani, ed il socialista Aurelio Valmaggi.

A Cesena,  

isolata per le interruzioni telegrafiche, furono bruciate le porte di alcune chiese ed incendiati i casotti della cinta daziaria.

A Lugo

Allo sciopero generale che bloccò la città seguì solo un grande comizio al Teatro municipale, con i discorsi del repubblicano Alessandro Galimberti, segretario della Camera del Lavoro "gialla", dei socialisti Mario Ricci (che alla fine dei moti sarà l'avvocato difensore di tutti gli imputati) e Aldo Capri in nome della Camera vecchia del Lavoro, e di un rappresentante degli anarchici.

 

Nella Bassa Romagna

Ad Alfonsine, Glorie, Mezzano, Villanova, Fusignano, Sant'Agata, Lavezzola, Voltana, Giovecca, Conselice, Lugo e Massalombarda

ci furono comizi e sciopero generale.

A Giovecca

Lo sciopero iniziò martedì alle 10 e nel pomeriggio divenne completo.

A Voltana

Lo sciopero iniziò martedì alle 10 e nel pomeriggio divenne completo.

A Lavezzola

"Lo sciopero iniziò martedì alle 10 e nel pomeriggio divenne completo (da "La Fiamma" 14-6-1914). Nelle sedi delle organizzazioni vennero esposte le bandiere abbrunate e nel pomeriggio il compagno Capri commemorò degnamente i caduti di Ancona" 

A Rimini

Dal 9 giugno i tumulti esplodono anche a Rimini. 

Durano quattro giorni. In prima fila ci sono i contadini, i quali ammassano migliaia di capi di bestiame nel "prato della Sartona" (stadio attuale). 

La violenza dilaga in città. La gente urla: "Abbasso i preti, evviva la repubblica popolare". Davanti al Seminario, di fianco al Tempio Malatestiano, è fatta esplodere una bomba. C’è un tentativo di invadere la stazione ferroviaria, e di incendiare l’ingresso del municipio. I rinforzi militari al loro ingresso in città nel borgo di San Giuliano, tradizionale roccaforte anarchica, sono presi a fischi e sassate.

 

Mercoledì 10 giugno 1914    

 

A Faenza

Proseguono gli attacchi, sempre respinti dai militari.

Nel circondario faentino non vi furono episodi di rilievo.

A Granarolo

un gruppo di Repubblicani tentò incendiare la chiesa. Fu loro impedito dai socialisti.

A Castelbolognese

Nel pomeriggio arrivò la truppa e la calma tornò gradatamente a Castelbolognese come in tutto il faentino.

A Bagnacavallo 

fu distrutto il Circolo dei Signori, strappato il tricolore, e fu tentato un incendio alla porta del Duomo senza tanta convinzione. Gli insorti di Bagnacavallo città si sfogarono più nell'organizzare parodie di cerimonie sacre con persone, conosciute come le più anticlericali, raffiguranti immagini di santi e portate in processione per tutto il paese. 

A Russi

Furono issate barricate e imposto ai preti di non suonare le campane e di eseguire le funzioni a porte chiuse. Qualcuno prospettò l'idea di incendiare la chiesa parrocchiale e di cacciare le monache dell'ospedale. Furono dissuasi dall'arrivo di un rinforzo di carbinieri.

A Savarna

A Savarna non accadde quasi nulla, a parte alcuni facinorosi che, dopo essersi introdotti nelle scuole elementari, avevano portato in strada i banchi scolastici per costruire una barricata. Costoro vennero subito dissuasi dal resto della popolazione, a maggioranza repubblicana, contraria a quel tipo d'azioni. La Chiesa di Savarna non fu neppure toccata.

Nel gruppo di protagonisti degli assalti alla chiesa di Mezzano, vi furono comunque anche dei savarnesi e conventellesi, con a seguito alcune donne, le quali ebbero parte attiva in quella vicenda. 

Una di esse si vantò di aver urinato nel calice della Messa. Divenuta cieca, morì dopo lunghi anni di dolorosa malattia, maledicendo quel suo insensato comportamento. 

La sua amica, appena ventenne, vedendo alcuni uomini tirare sassate alla statua della Madonna, per non essere da meno, le volle lanciare addirittura il calice pieno d'urina. 

Non riuscendo più a trovare pace in nessun modo, morì, suicida, pochi anni dopo.

S. Alberto

Fu fatta solo qualche barricata

Nella Bassa Romagna

Ad Alfonsine, Fusignano (cliccare)

Glorie, Mezzano, Villanova, , Sant'Agata, Lavezzola, Voltana, Giovecca, Conselice, Lugo e Massalombarda

Furono assaltate le stazioni e impedite i trasporti e le comunicazioni via telegrafo e telefono.

Dopo la manifestazione a Ravenna si sparse la voce che la monarchia era caduta: iniziarono assalti e incendi alle chiese, ai circoli monarchici, alle Preture.

Nacquero Comitati d'azione a cui partecipavano tutti i dirigenti locali Repubblicani, anarchici e repubblicani.

Questi paesi della Bassa Romagna divennero il centro di un'insurrezione che vide nascere Comitati rivoluzionari che rilasciavano lasciapassare, controllavano l'ingresso e l'uscita nei paesi, assaltavano chiese e circoli cittadini, sequestravano derrate alimentari e armi. 

Fecero barricate, crearono una rete di staffette per comunicare tra loro, sequestrando anche le auto ai ricchi.

A Giovecca

Paolo Camanzi e altri andarono a prendere le armi nella caserma dei carabinieri. Furono tagliati i fili del telegrafo e due grandi pioppi per sbarrare via Bastia. Al centro di Giovecca fu legata una trave attraverso la strada. Fu atterrata una campana del ponte a San Bernardino per impedire il transito.

A Voltana

Continuò lo scioperò. Guidava i repubblicani voltanesi in rivolta Enrico Venturi (detto Pirula), uomo di straordinaria eleganza e, come Mazzini, sempre vestito di nero. I socialisti erano guidati da Luigi Antonellini, Giovanni Foschini, "Chio" Gagliardi, Domenico Contarini, Contardo Baruzzi. Guidavano gli anarchici i vecchi Ferraresi, Zattoni e Ricci.

Nella notte furono tagliati i fili del telegrafo sulla linea Ferrara-Rimini.

A Conselice

"Di armi ce n'erano ovunque, pure non le usammo. Fu piantato un pioppo del Canadà nella piazza del paese con un cartello su cui era scritto "Evviva la Rivoluzione sociale" (testimonianaza di Silvio Ossani dal libro "Giovecca-anche qui è nata la Resistenza" di Angelo Francesco Babini ed. Comitato Antifascista Giovecca)


Albero della libertà a Conselice

A Lavezzola

" Al mercoledì lo sciopero e i dimostranti si recarono alla stazione per arrestare i treni provenienti da Ferrara. Come sempre le donne furono le prime ad esporsi: si sdraiarono lungo i binari e sebbene il capostazione spalleggiato da maresciallo e due militi gridasse ai macchinisti di far procedere i convogli i treni si fermarono definitivamente" (da "La Fiamma" 14-6-1914)

A San Lorenzo

 iniziò lo sciopero alla sera.

A Sant'Agata sul Santerno

Fu assalito il comune, bruciato l'ufficio del segretario comunale, e piantato l'albero della libertà. 

A San Bernardino

Fu assalita la chiesa della frazione di Passogatto

A Massalombarda

Fu piantato in mezzo alla piazza del paese l'Albero della Libertà (un albero di pioppo) sul quale sventolavano due bandiere nere, le bandiere dell'anarchia, e il berretto frigio dell'Ottantanove

A Villa San Martino

Iniziò lo sciopero e fu compatto per tre giorni

Giovedì 11 giugno 1914    

A Firenze
Lo sciopero continuò ugualmente.
A Piacenza
Continuò lo sciopero, con sabotaggio e minamento di ponti
A Pisa
Scontri sul Lungarno dove rimase ferito un lavoratore.
A Gaeta
300 scioperanti invadono la stazione e bloccano i treni.
A Foligno
Vennero rotti gli scambi e rovesciati vagoni ferroviari
A Napoli
100.000 popolani manifestarono seguendo il feretro di un lavoratore ucciso negli scontri di due giorni prima. Gli scontri ricominciarono e si frazionarono in varie parti della città. 
Si tentò di invadere la stazione. Il tutto continuò fino a sera: il bilancio fu di quattro lavoratori morti.

A Milano

Dopo un nuovo comizio all'Arena avvengono scontri con i cavalleggeri: un ufficiale di cavalleria uccide con la rivoltella un muratore. Di notte a Piazza venezia si rinnova la lotta tra operai e soldati e rimangono feriti un ufficiale di cavalleria e tre operai

 

A Forlì, Cesena e Forlimpopoli
furono presidiate da posti di blocco, ma alla sera la lotta defluì mentre arrivavano le notizie della fine dello sciopero.
Lo sciopero proseguiva ma meno intensamente, causa forse la mancanza di comunicazioni; 

A Forlì l'11 giugno, giovedì, il Prefetto era ancora chiuso in palazzo, ma le Poste, banche, stazione ferroviaria cominciavano a riprendere il loro aspetto normale, sotto l' ala protettiva della truppa. Nella stessa mattinata anche le comunicazioni telegrafiche cominciavano a riattivarsi; e cominciavano a passare treni militari. "Tutto il giorno" continua il Guarini "biciclette e automobili con bandiere rosse, giravano per portare notizie; facevano capo in Piazza e alla "Nuova Camera del Lavoro" (repubblicana) che sembrava governasse Forlì". 

Agli occhi delle autorità di governo quelle automobili coi rossi vessilli in cerca di notizie probabilmente fra i diversi centri di Romagna sembravano costituire la riprova più evidente che il moto era stato preordinato e diretto da una specie di Comando Supremo.

A Glorie furono date alle fiamme la stazione ed un piccole tempio privato sulla Reale, la chiesetta della Savoia, saccheggiati magazzini e carri ferroviari.

A Faenza

Nella notte dell'11 giugno, reduci da un nuovo comizio, che aveva visto la presenza dell'anarchica Maria Rygier, storica madrina del movimento antimilitarista italiano, gli scioperanti provarono, anche in questo caso invano, a dar fuoco ad una porta laterale della cattedrale. Nelle ore successive - il centro cittadino, pressoché al buio per la manomissione delle cabine di alimentazione elettrica- anche le chiese di S. Ippolito, del Carmine e del Paradiso subirono dei tentativi di incendio. 

Dal "Piccolo" del 14 giugno 1914,giornale cattolico di Faenza: " Gli scioperanti avevano imposto la chiusura anche degli spacci di sali e tabacchi, caffé ed osterie... almeno dalla parte davanti." Tornata la calma, nei commenti della stampa conservatrice la grande paura cedeva, in parte, il passo all'ironia; un modo per esorcizzare lo scampato pericolo. Ancora sul "Piccolo":

"Nelle ore pomeridiane giungeva a Faenza la nota anarchica Maria Rygier a diffondere sempre più, col profumo e il fascino femminile che emanava dalla sua persona, il verbo antimonarchico". Bisogna dire che nella fattispecie, l'organo dei cattolici faentini dette prova di insospettabile galanteria, tutto potendosi dire della famosa agitatrice fuorché fosse una donna particolarmente attraente. 

Maria Rygier, nata a Cracovia nel 1885 da padre polacco, era comunque una delle personalità più in vista dell'estrema, circondata in taluni ambienti di un'autentica venerazione. Era lei che dalle colonne di "Rompete le fila" (giornale fondato nel 1907 con l"arcangelo" sindacalista Filippo Corridoni) aveva dato impulso decisivo alla campagna antimilitarista, ed era stata lei la principale ispiratrice del comitato nazionale "pro Masetti".

L'organo dei socialisti faentini "Il Socialista" (14 giugno 1914) minimizzo quegli episodi, ma è fuor di dubbio che in una zona a forte presenza cattolica come il Faentino, l'offesa recata alle chiese dovette destare non poca impressione. 

Lo stesso foglio socialista si compiaceva poi del fatto che i clericali faentini, i quali fino a quel momento si erano vantati di essere signori incontrastati della città e del contado, avevano dovuto prendere atto che "il loro dominio era odiato dal popolo lavoratore", perché la Romagna, checché se ne dicesse, "non era, né avrebbe potuto essere terra di preti".

A Voltana


La "Villa Parigina!" di Voltana, ovvero lo chalet dei Fratelli Ortolani
(foto pubblicata sul libro "Voltana una comunità particolare" di Atos Billi)

Questa era una villetta come appariva prima di essere incendiata dagli scioperanti

Fu bruciata nella mattina la "Villa Parigina" chalet di proprietà degli Ortolani e l'Oratorio di san Marco detto anche la Pastorella, di proprietà del sig. Soldati, che distava 500 dalla villa Parigina, all'incrocio tra le vie Fiumazzo e Pastorelli. Presente era il brigadiere Dozza vice-comandante della stazione dei carabinieri di Voltana, con altri tre carabinieri disarmati: questi invitava in modo paziente Venturi e Foschini a far cessare le operazioni. Difficile quindi ipotizzare il reato di resistenza alla forza pubblica che si limitava a consigliare. 


La "Parigina!" di Voltana dopo l'assalto dei dimostranti
(foto pubblicata sul libro "Voltana una comunità particolare" di Atos Billi)

Sulla sinistra il secondo mulino di Voltana. A destra il "bosco" Giardini.

La villa Parigina col tetto sfondato dall'incendio dei manifestanti della "settimana rossa"


Il Dozza aveva infatti cercato di spegnere la paglia che incendiava i mobili della Pastorella, ma fu invitato a non intervenire e a lasciar correre, a non preoccuparsi dell'incendio di quattro banchi e a non andar contro la volontà popolare, onde evitare il pericolo di maggiori guai. "Lei vada a badare la caserma che qui ci pensiamo noi". Al che il brigadiere Aristodemo Dozza e i suoi carabinieri obbedirono. 


La "Parigina!" di Voltana dopo l'assalto dei dimostranti
(foto pubblicata sul libro "Voltana una comunità particolare" di Atos Billi)

La concellata è divelta, sui due pilastri qualcuno scrisse "Abbasso i Re"  "Viva la Rivoluzione"

Fu incendiato il ponte ferroviario della Pianta, sul Santerno, rendendolo in parte inservibile. Gli scioperanti, per ostacolare il preventivato arrivo dei soldati, " vi appiccarono fuoco e rimasero in quei pressi finché i 9 archi del ponte stesso caddero nel fiume".

A mezzogiorno tutti a casa per il pasto. Alle 14 in tre-quattrocento andarono alla stazione, dove trovarono un vagone carico di 200 quintali di grano, pronti per la spedizione a Ravenna (mittente un certo Leopoldo Capucci) destinatario Attilio Lionelli. Scaricarono i sacchi, li portarono al mulino, li fecero macinare e li divisero in parti uguali fra tutte le famiglie degli scioperanti. Al maresciallo Manservizi che osservava lo scarico del grano, un popolano disse: "Maresciallo, ci lasci fare e vada anche lei in caserma a giuocare alle bocce come fanno quelli di Alfonsine"


I 5 Carabinieri di Voltana
durante la "Settimana Rossa"
(foto pubblicata sul libro "Voltana una comunità particolare" di Atos Billi)

Al centro seduto il Maresciallo Manservizi; alla sua sinistra il brigadiere Dozza. La fotografia ormai rovinata è stata rinvenuta tra le carte di Leopoldo Gamberoni.

Tornarono di nuovo all'oratorio della Pastorella, abbatterono il cornicione e la croce esterna e tentarono l'incendio, che non divampò. Poi di nuovo a distruggere la Villa Parigina"

I manifestanti tentarono poi l'assalto e l'incendio della parrocchiale di Chiesanuova (parroco dan Andalò). Non riuscirono però a sfondare il portone perché sprangato dall'interno, inoltre interruppero l'assalto  per non disturbare troppo e non intimorire una giovane nipote del parroco, che stava morendo.

A Giovecca

Gli scioperanti di Giovecca operarono insieme a quelli di Voltana

A Passogatto

A Tre Ca' (Passogatto) i dimostranti invasero la chiesa dedicata alla Madonna di Loreto del 1709 provocando danni.

A Bruciata

erano andati a prendere il grano, poi lo portarono indietro.

A Lavezzola

" Al giovedì essendo giunti altri treni la folla si recò nuovamente alla stazione ed esasperata per il brutale contegno del capostazione e del maresciallo ruppe i vetri della stazione" (da "La Fiamma" 14-6-1914)

 

Alla sera la notizia che tutto era finito e che lo sciopero era cessato, lasciò tutti increduli e con la sensazione di essere stati traditi dai dirigenti.
E qui finì la settimana rossa nei paesi che più si erano spinti verso la rivoluzione.

 

Venerdì 12 giugno 1914    

La Settimana Rossa era praticamente finita.

Increduli, abbandonati a loro stessi, rassegnati, gli insorti del ravennate e della Romagna cessarono l'agitazione.

La cavalleria Savoia e le altre forze militari, senza incontrare resistenza entrarono nelle città  e nei paese della "bassa" Romagna, nelle zone dove il potere era di fatto in mano agli insorti.

A Giovecca (notizie tratte dal libro "Giovecca" di Angelo Francesco Babini ed. comitato Antifascista Giovecca)

Lo sciopero continuò assumendo una forma di aperta insurrezione. Era giunto da Ancona Mario dla Fulèta in moto e disse che là erano ancora in agitazione (Testimonianza di Fabbri Penelope). Cpsì alle 6 del mattino 150 persone invasero Passogatto, residenza di Carlo Manzoni, sindaco di Lugo. Tra i carri vuoti condotti dai birocciai ce n'era uno carico di fucili che non furono adoperati e non si sa poi dove finirono (Testimonianza di Luigi Fabbri). Mentre il sindaco era ancora a letto fu avvertito dal proprio fattore che la folla voleva la chiave del magazzzino. Allora ordinò al fattore di consegnarla. Alzatosi il sindaco, Angelo fabbri ed Emilio fabbri gli dissero:"Ci sono 150 persone che hanno fame". La frazione di Giovecca in quel tempo era realmente la più povera della bassa Romagna. Avuta la chiave i dimostranti penetrarono nei magazzini e insaccarono 30 quintali di grano che allora costava 25 lire al quintale. C'erano anche molti bambini. Da Celeste Mordini prelevarono 30 quintali di grano turco e dai Ricci si fecero consegnare 700 lire. Le granaglie furono caricate su quattro birocci e portate a Giovecca all'osteria di via Giovecca-Bastia, e qui furono distribuite alla popolazione. Dirigevano queste operazione Emilio e Angelo Fabbri. "Avevo fame, mi caricai un sacco di grano sulle spalle e lo portai al mulino, a piedi, al Ponte dello Scolo. Macinato quel grano me lo misi sulle spalle e partii per casa mia, abitavo allora da Galiné. Accortomi che per strada c'era la cavalleria passai lungo lo Scolo, portai a casa la farina poi scappai" (Testimonianza di Luigi Fabbri).

Dalla via di Lavezzola giunse a Giovecca e a Casermaggio la cavalleria. Tutti quelli che i soldati riuscivano aprendere li portarono via. Presero Emilio Fabbri, la moglie di federico Zoli "Teresina ad Curtes" che alla manifestazione non aveva partecipato essendo zoppa; la presero perché le avevano trovato un po' di grano che il comitato le aveva dato per la sua povertà." (Testimonianza di Fabbri Penelope).

Un capitano della cavalleria a Casermaggio arresto Angelo Fabbri, lo mise vicino a un muro e cominciò a gridare: "Abbiamo preso il capo" intanto un soldato sparò dentro da una finestra e colpì la testiera di un letto di uno che stava dormendo. Gli arrestati furono caricati in carrozze e furono scortati dalla cavalleria" (Testimonianza di Giannetto Tozzi)."
"Fu arrestata una donna incinta, Teresa Galanti, moglie di Ancarani, che partorì in prigione" Un giorno arrestarono solo a Casermaggio una trentina di persone, me compreso che avevo 16 anni e ci condussero a Lugo a piedi" (Testimonianza di Silvio Tarlazzi).

Arrestarono Riciotti Fabbri di 18 anni, suo padre, la sorella Anita, Cristina e Penelope Fabbri "Io fui arrestata dopo tre mesi che stavo bandita" (Testimonianza di Fabbri Penelope). Fu arrestato anche Clemente Fabbri di anni 14, Bosi Giuseppe di Frascata dirigente dei braccianti, Babini Pio. Molti si diedero alla macchia. Fu arrestato anche Tugnì ad Pavlet, birocciaio sulla via della Bruciata mentre camminava a fianco del suo somaro. Il somaro rimase abbandonato con la sua biroccia in mezzo alla strada e andò di qua e di là, si impiglio nelle redini e  fu trovato impiccato.

A Rimini

L’ordine fu ristabilito senza colpo ferire il giorno 12. 

Il rumore di un bambino che cadde durante un comizio indetto per annunciare la cessazione dello sciopero generale, fu scambiato per un colpo di fucile: la folla si disperse.

 Nel negozio dell’armaiolo Fava, erano state asportate armi. Altri pubblici esercizi furono presi d’assalto. C’era il terrore, e la gente non usciva di casa.

La repressione

Oramai la situazione era saldamente nelle mani del governo che si apprestava a colpire i responsabili delle rosse giornate. Le prefetture, i militari riprendevano i contatti interrotti ed iniziavano le prime rappresaglie. Pietro Nenni, il giovane ardente repubblicano (di allora!) e uno dei capi della rivolta anconetana, veniva arrestato e nel processo che seguì ebbe mirabile comportamento rivendicando davanti ai giudizi la nobiltà delle sue idee:"lo credetti con Giuseppe Mazzini che la vita è missione e che noi siamo qui a collaborare alla lotta dell'umanità verso una società di liberi e di uguali ". 

Oddo Marinelli ed Errico Malatesta riuscivano ad espatriare, il primo in Svizzera, l'altro in Inghilterra, sfuggendo quindi all'arresto. 

A Ravenna

I primi processi per direttissima (con le prime condanne) si celebrarono innanzi al Tribunale di Ravenna, già il 15 giugno ("Il Giornale del Mattino" 16 giugno), ("Incomincia la reazione" Romagna Socialista del 21 giugno 1914). Tra le pene inflitte dai giudici di Ravenna, spiccava quella a 22 giorni di reclusione per il piccolo Giovanni Vinieri, di dieci anni, reo di lancio di pietre nel corso degli scontri di Piazza Vittorio Emanuele.

A Forlì invece la reazione fu più blanda per quanto l'autorità giudiziaria colpisse i maggiori, che furono citati a comparire davanti al giudice istruttore, erano: Giuseppe Bellini, Cino Macrelli, Armando Casalini; l'altro imputato Aurelio Valmaggi aveva trovato rifugio a S.Marino (18). Su tutti i nominati pendeva l' imputazione "di aver eccitato la popolazione alla rivolta onde abbattere le istituzioni dello stato vigente". Inoltre venivano "citati per reato di incitamento alla disubbidienza dei militari, lancio di sassi contro lo stemma di prefettura, attentato alla libertà di lavoro, ecc. Balilla Santarelli, Lolli Aurelio (l9), Antenore Colonelli, Quinto Gaudenzi, Marcello Fussi, Decio Fuzzi ed altri...". Ai primi di agosto il Tribunale di Forlì assolverà diversi socialisti, difesi dall'avvocato Gino Giommi, che ottenevano la libertà provvisoria. Al Savio di Ravenna ci furono una ventina di arresti fra repubblicani, socialisti ed anarchici. 

A Savignano sul Rubicone  
il sindaco socialista Giovanni Vendemini veniva sospeso dalla carica. 

A S. Vittore di Cesena ci furono sei arresti; uno a Bertinoro

A Giovecca

Il rastrellamento avvenne già dal 12 giugno. La "Fiamma socialista" del 19 luglio 1914 pubblicava ".... agli arresti in massa compiuti a Giovecca, subito dopo lo sciopero generale altri se ne sono aggiunti, quelli di Alfonsine, di Savio, di Fusignano".

Per i fatti di Giovecca fu celebrato il processo a Ravenna: gli imputati erano 13. Il processo durò tre giorni: 9 furono assolti, gli altri furono condannati. Il 24 maggio i partecipanti alla Settimana Rossa furono graziati e finirono al fronte.

A Mezzano e Glorie di Bagnacavallo

Il 21 dicembre 1914 presso il Regio Tribunale di Ravenna, si conclude con sentenza di condanna di A. F. (falegname ventunenne) e di B. B. U. di anni 30, bracciante, (latitante) rispettivamente a due anni e un mese, e a due anni e undici mesi, assolti tutti gli altri nove imputati, dei quali fu ordinata la scarcerazione: T. L. R. di anni 20, meccanico, M. A. di anni 21, calzolaio, A. A. di anni 20, meccanico, B. A. di anni 21, meccanico, M. N. U. di anni 21, bracciante,  B. D. di anni 28, birocciaio, Giacoma Tavolazzi (Giacomina detta Mina) di anni 21, donna di casa. Su quest'ultima c'è un racconto particolare. ( Poco più di un mese dopo il 3 febbraio 1915 la Corte d'Appello di Bologna dichiarò estinta l'azione penale per sopravvenuta amnistia e assolse i due condannati di Mezzano.

A Fusignano  invece la forza pubblica operò un vero e proprio rastrellamento; l'11 luglio giunsero nella cittadina di Fusignano "alla spicciolata, racconta Pino Grossi, guardie, carabinieri, delegati di pubblica sicurezza,oltre una compagnia di cavalleggeri. In breve furono chiusi gli sbocchi delle strade ed incominciò la retata...", che non riuscì completamente per la delazione di un militare che permise a diversi indiziati di fuggire. 

Ad Alfonsine arrivarono il 21 giugno. Alcuni si rifugiarono in Svizzera, altri a S. Marino. Gli arrestati vennero tradotti alle carceri di Ravenna. Al processo ci furono assoluzioni e condanne a pene varianti da sei mesi a quattro anni. (Clicca qui per vedere gli atti di rinvio a giudizio)

Profughi politici a San Marino ritratti il 7 settembre 1914: da sinistra Brunetti (repubblicano di Fabriano, Camillo Garavini (sindaco di Alfonsine, socialista), Vincenzo Gironzi (repubblicano di Falconara), Umberto Bianchi (socialista di Ravenna) ed infine i fusignanesi Renato Emaldi (studente universitario, indipendente), e Giuseppe Grossi (impiegato comunale, repubblicano)

Un processo a una trentina di arrestati, un'amnistia per la nascita della principessa reale, Maria Francesca di Savoia (paradossi della storia), e poi la prima guerra mondiale.  

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